Riportiamo di seguito un articolo comparso su http://salvatoreloleggio.blogspot.com, nel quale si attacca l’onestà intellettuale di chi ha ‘osato’ (perchè,su certe tematiche,nella Conca si tratta di osare) raccontare i crimini perpetrati dalla brigata garibaldina “Gramsci”, nel ternano e nel reatino, tra il settembre 1943 e il giugno 1944.
Notate acredine,astio e virulenza in quanto segue.
Complimenti sig. Lo Leggio,se ricercare la verità storica,come Bloch insegna,è revisionismo,allora le consiglio di cambiare mestiere.
Britannico
Intorno a un libro sui presunti crimini ed orrori perpetrati da partigiani della Brigata Gramsci, che operò nel Ternano e nel Reatino, è nata nei mesi scorsi una polemica che sarebbe di piccola portata, se la reinterpretazione complessiva della storia d’Italia non fosse tra i puntelli ideologici della destra che governa e che in parti consistenti aspira a farsi regime. Sul tema uscirà domenica 27 settembre su “micropolis” un articolo di Renato Covino, docente di Storia contemporanea all’Università di Perugia, che riteniamo chiarificatore e che invitiamo a leggere. Qui crediamo di fare cosa utile fornendo ai lettori una breve ricostruzione della polemica e, in appendice, un articolo di Marco Venanzi dal numero di luglio-agosto di “micropolis”, una mia nota “didattica” sul revisionismo e un articolo di Sandro Portelli da “larivista del manifesto” .
Cronistoria di una polemica L’avvocato ternano Marcello Marcellini ha dato alle stampe a fine maggio un libello dal titolo I giustizieri, che ha raccolto entusiastici commenti nella stampa di destra. Il quotidiano napoletano “Roma”, di orientamento fascistoide, a metà giugno rilevava come il Marcellini, compulsando chissà quali “documenti riservati custoditi negli Archivi di stato”, avrebbe finalmente evidenziato la “vigliaccheria degli assassini”, una vigliaccheria che l’articolo riferisce al complesso della Resistenza. Ne è autore tal Fabrizio Carloni, che dichiara di essere nipote di uno dei “giustiziati”. L’ “Avvenire” di Boffo, l’11 luglio, pubblicava a sua volta una recensione in cui si parla, senza avanzare alcun dubbio, “di quattro esecuzioni di innocenti compiute dalla brigata comunista “Gramsci” tra Umbria e Lazio dall’11 marzo al 18 maggio 1944″. Il Marcellini avrebbe ricostruito con precisione e senza parzialità gli omicidi alla cui base starebbero “odi ideologici, rancori sociali, vendette private”. Il quotidiano dei vescovi italiani ne ricava una morale: “Molte sono le vicende della Resistenza su cui bisognerebbe riaprire le indagini”.
Il Marcellini dal canto suo negli stessi giorni dichiara al “Giornale dell’Umbria” di non aver mai detto di voler svelare “gli orrori della Gramsci”e di aver compiuto un “lavoro minuzioso” basato sull’analisi delle carte processuali. E per dimostrare di non volere parlare di orrori racconta: “Le persone venivano … trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirate. Ai cadaveri venivano strappati gli occhi… “. Non sapremmo dire quanto spesso visto che i presunti “omicidi” sarebbero in tutto sette. Ma il Marcellini insiste “sono obiettivo”, e in giro per l’Umbria vanta una sua giovanile militanza in Potere Operaio al fianco di Oreste Scalzone: “Figurarsi se io…”.
Intanto, senza fare riferimenti al libro, lo storico Tosti, presidente dell’Istituto storico regionale, sul “Corriere dell’Umbria”, pur esortando a continuare la ricerca su limiti e crimini del movimento partigiano, aveva messo in guardia contro i rischi dell’”altra storia” (il sensazionalismo e il pericolo di collocare sulla stesso piano la barbarie nazifascista e la Resistenza). Sullo stesso “corrierino” il 23 luglio è pubblicata una recensione elogiativa del radicale nonviolento Francesco Pullia (rivelerà successivamente che era stata rifiutata da “Il Messaggero”). Il Pullia non scende nel merito, si fida ciecamente del Marcellini che stima come avvocato e saggista e del defunto Vincenzo Pirro, uno storico ternano che ha firmato la prefazione. Marco Venanzi su “micropolis” di luglio – agosto (il suo articolo, postato in appendice, esce il 27 luglio) è il primo a mettere in evidenza arbitrii, omissioni e strafalcioni dell’avvocato ex PotOp improvvisatosi storico revisionista.
Intanto fioccano i commenti sulla recensione del Pullia, rilanciata dal sito di “Orvieto news” ( http://www.orvietonews.it/index.php?page=notizie&id=21501 ). Si comincia con quello critico e misurato di Valentino Filippetti che ripropone l’articolo di Tosti, per passare ad altri molto entusiasti del libro e del recensore o molto polemici. Si tratta quasi sempre di interventi meramente ideologici di gente che non ha letto il libro e non ha proceduto a verifiche, spesso scritti in pessimo italiano, la carne da macello senza costrutto che spesso intasa la rete. Ma a Pullia non pare vero d’essere stato preso sul serio e perciò non esita a prendere sul serio detti commenti. A fine agosto il “Giornale dell’Umbria” di Castellini e Colaiacovo, dà a sua volta spazio all’avvocato che fa il sorpreso (“Da Venanzi non me l’aspettavo”) e insiste sul sadismo partigiano (“ci provavano gusto”).
L’8 settembre Pullia pubblica una più ampia recensione sul sito di “Notizie radicali”. Vi aggiunge una curiosa asserzione (“la sinistra che si batte per la libertà di stampa è inaffidabile”), cui affianca una più curiosa argomentazione (“guardate come hanno trattato il libro di Marcellini e la mia recensione”). Il Pullia soffre evidentemente di manie di persecuzione. Dopo che un imbecille gli ha spedito una lettera anonima (prontamente consegnata alla Digos), si considera, insieme al Marcellini, bersaglio di una “fatwa”. Ad aprire il fuoco di fila sarebbe stato niente meno che “un periodico che esce allegato con “il manifesto” e poi “taratatam”. Avrebbe potuto scrivere “micropolis” (così come avrebbe potuto scrivere “Marco Venanzi”), ma, come gli stalinisti più accaniti, al “nemico” nega perfino il nome. Dell’articolo di “micropolis” (che peraltro di lui non si occupa) cita solo il termine “revisionismo”, le altre citazioni sono tratte dai commenti del sito di “Orvieto News”. La sua recensione e la sua tirata vengono peraltro riprese da molti siti legati all’estrema destra, nostalgica della Repubblica Sociale e di Salò, tra gli altri “voce della fogna”.
Pullia è un poveretto che si è messo in testa di fare il Pannella, ma imita male il suo guru. Molti anni or sono il gran capo radicale, nella sua foga iconoclasta, usò contro i “compagni assassini” del Pci la stravagante argomentazione che sarebbero stati correi della strage delle Fosse Ardeatine perchè gli esecutori dell’attentato di via Rasella, invitati da un manifesto delle SS a presentarsi, non lo avevano fatto. Il manifesto non è mai esistito: non solo non se ne è mai trovata copia, ma non ne hanno mai parlato i Kappler & C. che nei processi a loro carico avrebbero potuto esibirlo come attenuante; ma è stata una leggenda urbana così efficace che taluni in buona fede ricordano di averlo visto con i propri occhi, per uno degli inganni della memoria di cui ci parlano gli storici di mestiere.
Ma Pannella non si curava di appurare la veridicità della leggenda, a lui interessava la guerra senza quartiere ai comunisti e alla loro storia. Pannella, come il suo amico Montanelli, è del resto campione di quella “malafede” che nelle parole di Guido Piovene, un altro che se ne intendeva, è “l’arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza”. L’autore di “Lettere di una novizia” concludeva che la malafede “non è uno stato d’animo, ma una qualità dell’animo”, non è “una concessione all’opportunismo volgare, ma l’accettazione di una concezione della condizione umana”. Insomma per essere campioni di malafede come Pannella, non si può essere “campioni senza valore” e “uomini senza qualità”. Nel Pullia di questa polemica non riusciamo a trovare valore o qualità, troviamo tuttavia un difetto che lo mette in sintonia coi tempi. E’ di sicuro un difetto di cultura che lo spinge a immaginarsi (lui come il suo mentore Pirro) negli anni di Scelba una magistratura asservita al Pci e perciò incline a chiudere gli occhi sui crimini partigiani. In realtà in quegli anni i giudici assolvevano in massa i gerarchi e i criminali di Salò, inclusi certi torturatori, e incarceravano decine di migliaia di comunisti spesso per reati di opinione. Lo stesso difetto di cultura spinge forse Pullia a parlare con sicumera di cose delle quali non è informato, per esempio del “revisionismo”. Non gli farà male la nota di spiegazione del termine e delle sue diverse accezioni che accompagna come appendice questo resoconto
Intorno a un libro sui presunti crimini ed orrori perpetrati da partigiani della Brigata Gramsci, che operò nel Ternano e nel Reatino, è nata nei mesi scorsi una polemica che sarebbe di piccola portata, se la reinterpretazione complessiva della storia d’Italia non fosse tra i puntelli ideologici della destra che governa e che in parti consistenti aspira a farsi regime. Sul tema uscirà domenica 27 settembre su “micropolis” un articolo di Renato Covino, docente di Storia contemporanea all’Università di Perugia, che riteniamo chiarificatore e che invitiamo a leggere. Qui crediamo di fare cosa utile fornendo ai lettori una breve ricostruzione della polemica e, in appendice, un articolo di Marco Venanzi dal numero di luglio-agosto di “micropolis”, una mia nota “didattica” sul revisionismo e un articolo di Sandro Portelli da “larivista del manifesto” (aggiunto al post il 15 novembre 2009).
Cronistoria di una polemica
L’avvocato ternano Marcello Marcellini ha dato alle stampe a fine maggio un libello dal titolo I giustizieri, che ha raccolto entusiastici commenti nella stampa di destra. Il quotidiano napoletano “Roma”, di orientamento fascistoide, a metà giugno rilevava come il Marcellini, compulsando chissà quali “documenti riservati custoditi negli Archivi di stato”, avrebbe finalmente evidenziato la “vigliaccheria degli assassini”, una vigliaccheria che l’articolo riferisce al complesso della Resistenza. Ne è autore tal Fabrizio Carloni, che dichiara di essere nipote di uno dei “giustiziati”. L’ “Avvenire” di Boffo, l’11 luglio, pubblicava a sua volta una recensione in cui si parla, senza avanzare alcun dubbio, “di quattro esecuzioni di innocenti compiute dalla brigata comunista “Gramsci” tra Umbria e Lazio dall’11 marzo al 18 maggio 1944″. Il Marcellini avrebbe ricostruito con precisione e senza parzialità gli omicidi alla cui base starebbero “odi ideologici, rancori sociali, vendette private”. Il quotidiano dei vescovi italiani ne ricava una morale: “Molte sono le vicende della Resistenza su cui bisognerebbe riaprire le indagini”.
Il Marcellini dal canto suo negli stessi giorni dichiara al “Giornale dell’Umbria” di non aver mai detto di voler svelare “gli orrori della Gramsci”e di aver compiuto un “lavoro minuzioso” basato sull’analisi delle carte processuali. E per dimostrare di non volere parlare di orrori racconta: “Le persone venivano … trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirate. Ai cadaveri venivano strappati gli occhi… “. Non sapremmo dire quanto spesso visto che i presunti “omicidi” sarebbero in tutto sette. Ma il Marcellini insiste “sono obiettivo”, e in giro per l’Umbria vanta una sua giovanile militanza in Potere Operaio al fianco di Oreste Scalzone: “Figurarsi se io…”.
Intanto, senza fare riferimenti al libro, lo storico Tosti, presidente dell’Istituto storico regionale, sul “Corriere dell’Umbria”, pur esortando a continuare la ricerca su limiti e crimini del movimento partigiano, aveva messo in guardia contro i rischi dell’”altra storia” (il sensazionalismo e il pericolo di collocare sulla stesso piano la barbarie nazifascista e la Resistenza). Sullo stesso “corrierino” il 23 luglio è pubblicata una recensione elogiativa del radicale nonviolento Francesco Pullia (rivelerà successivamente che era stata rifiutata da “Il Messaggero”). Il Pullia non scende nel merito, si fida ciecamente del Marcellini che stima come avvocato e saggista e del defunto Vincenzo Pirro, uno storico ternano che ha firmato la prefazione. Marco Venanzi su “micropolis” di luglio – agosto (il suo articolo, postato in appendice, esce il 27 luglio) è il primo a mettere in evidenza arbitrii, omissioni e strafalcioni dell’avvocato ex PotOp improvvisatosi storico revisionista.
Intanto fioccano i commenti sulla recensione del Pullia, rilanciata dal sito di “Orvieto news” ( http://www.orvietonews.it/index.php?page=notizie&id=21501 ). Si comincia con quello critico e misurato di Valentino Filippetti che ripropone l’articolo di Tosti, per passare ad altri molto entusiasti del libro e del recensore o molto polemici. Si tratta quasi sempre di interventi meramente ideologici di gente che non ha letto il libro e non ha proceduto a verifiche, spesso scritti in pessimo italiano, la carne da macello senza costrutto che spesso intasa la rete. Ma a Pullia non pare vero d’essere stato preso sul serio e perciò non esita a prendere sul serio detti commenti. A fine agosto il “Giornale dell’Umbria” di Castellini e Colaiacovo, dà a sua volta spazio all’avvocato che fa il sorpreso (“Da Venanzi non me l’aspettavo”) e insiste sul sadismo partigiano (“ci provavano gusto”).
L’8 settembre Pullia pubblica una più ampia recensione sul sito di “Notizie radicali”. Vi aggiunge una curiosa asserzione (“la sinistra che si batte per la libertà di stampa è inaffidabile”), cui affianca una più curiosa argomentazione (“guardate come hanno trattato il libro di Marcellini e la mia recensione”). Il Pullia soffre evidentemente di manie di persecuzione. Dopo che un imbecille gli ha spedito una lettera anonima (prontamente consegnata alla Digos), si considera, insieme al Marcellini, bersaglio di una “fatwa”. Ad aprire il fuoco di fila sarebbe stato niente meno che “un periodico che esce allegato con “il manifesto” e poi “taratatam”. Avrebbe potuto scrivere “micropolis” (così come avrebbe potuto scrivere “Marco Venanzi”), ma, come gli stalinisti più accaniti, al “nemico” nega perfino il nome. Dell’articolo di “micropolis” (che peraltro di lui non si occupa) cita solo il termine “revisionismo”, le altre citazioni sono tratte dai commenti del sito di “Orvieto News”. La sua recensione e la sua tirata vengono peraltro riprese da molti siti legati all’estrema destra, nostalgica della Repubblica Sociale e di Salò, tra gli altri “voce della fogna”.
Pullia è un poveretto che si è messo in testa di fare il Pannella, ma imita male il suo guru. Molti anni or sono il gran capo radicale, nella sua foga iconoclasta, usò contro i “compagni assassini” del Pci la stravagante argomentazione che sarebbero stati correi della strage delle Fosse Ardeatine perchè gli esecutori dell’attentato di via Rasella, invitati da un manifesto delle SS a presentarsi, non lo avevano fatto. Il manifesto non è mai esistito: non solo non se ne è mai trovata copia, ma non ne hanno mai parlato i Kappler & C. che nei processi a loro carico avrebbero potuto esibirlo come attenuante; ma è stata una leggenda urbana così efficace che taluni in buona fede ricordano di averlo visto con i propri occhi, per uno degli inganni della memoria di cui ci parlano gli storici di mestiere.
Ma Pannella non si curava di appurare la veridicità della leggenda, a lui interessava la guerra senza quartiere ai comunisti e alla loro storia. Pannella, come il suo amico Montanelli, è del resto campione di quella “malafede” che nelle parole di Guido Piovene, un altro che se ne intendeva, è “l’arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza”. L’autore di “Lettere di una novizia” concludeva che la malafede “non è uno stato d’animo, ma una qualità dell’animo”, non è “una concessione all’opportunismo volgare, ma l’accettazione di una concezione della condizione umana”. Insomma per essere campioni di malafede come Pannella, non si può essere “campioni senza valore” e “uomini senza qualità”. Nel Pullia di questa polemica non riusciamo a trovare valore o qualità, troviamo tuttavia un difetto che lo mette in sintonia coi tempi. E’ di sicuro un difetto di cultura che lo spinge a immaginarsi (lui come il suo mentore Pirro) negli anni di Scelba una magistratura asservita al Pci e perciò incline a chiudere gli occhi sui crimini partigiani. In realtà in quegli anni i giudici assolvevano in massa i gerarchi e i criminali di Salò, inclusi certi torturatori, e incarceravano decine di migliaia di comunisti spesso per reati di opinione. Lo stesso difetto di cultura spinge forse Pullia a parlare con sicumera di cose delle quali non è informato, per esempio del “revisionismo”. Non gli farà male la nota di spiegazione del termine e delle sue diverse accezioni che accompagna come appendice questo resoconto. [...]